Sembra non essere un caso che, proprio il giorno successivo alla pubblicazione della nostra intervista a Giovanni Carmine Costabile, su Repubblica esca un articolo a firma di Michele Mari, Professore Ordinario di Letteratura Italiana all’Università degli Studi di Milano, sulla pubblicazione italiana di Beren e Lúthien.

Articolo che, purtroppo, dimostra ancora una volta la scarsa conoscenza della materia tolkieniana in Italia, oltre al perdurare di pregiudizi e preconcetti che uno studio serio e intellettualmente onesto spazzerebbe via in un momento. La tesi di fondo è anche stavolta imperniata sulla differenza tra l’opera di Tolkien padre e l’operato del figlio Christopher, reo di essere non trasparente, arbitrario, perfino “autoritario” e (prevedibilmente) inautentico. Se Mari si fosse dato pena di leggere un contributo sull’opera di curatela di Christopher Tolkien che tenesse conto della sua reale storia biografica, professionale e letteraria, come quello che abbiamo pubblicato mesi fa, probabilmente ci saremmo risparmiati l’ennesima comparsata (per quanto illustre) tendenziosa che nasconde il testo per inventare un contesto.

Studiare Tolkien - Giovanni Carmine Costabile

Siccome invece recensori che fanno il proprio mestiere si fatica a trovarne anche nell’accademia da Mari tanto apprezzata (a parole, almeno) è nostro dovere, come Tolkien Italia, rispondere: e lasciamo che sia Giovanni Carmine Costabile a farlo, che proprio di quell’accademia di “filologia tolkienana” invocata da Mari è riconosciuto membro attivo, con la competenza, l’equilibrio e la profondità che lo contraddistinguono.

Lettera aperta a Michele Mari
di Giovanni Carmine Costabile

Gentile prof. Mari,

Leggo oggi il suo intervento su Repubblica e la mia impressione ancora una volta con enorme dispiacere è quella che la critica italiana si muova come l’albatro baudelairiano, per usare un eufemismo, a riguardo della materia tolkieniana.

Altri più di me sicuramente potrebbero criticarla per l’approccio che ha tenuto il suo articolo. Io, da semplice laureato magistrale in Scienze filosofiche con qualche piccola pubblicazione internazionale a suo nome proprio di argomento tolkieniano e tramite la mia frequentazione di lunga data dell’ambiente anglosassone tanto accademico quanto più in generale culturale (nell’augurio che un giorno tolkieniano possa essere incluso nel culturale), essendo anche membro della Tolkien Society di Oxford e della Società Tolkieniana le vorrei fare presenti i miei dubbi.

Innanzitutto, è proprio sicuro di non fare un torto alla figura di Christopher Tolkien, argomentando sì in favore della devozione filiale invece che di un bieco interesse economico, come pure è stato ahìnoi fatto in altre sedi, ma tralasciando di comprendere le ragioni sue e delle sue pubblicazioni?

E’ sicuro che la History of Middle-earth sia appropriato tradurla «Storie della Terra di Mezzo», come scrive lei più volte nell’articolo, e non sia più accurato filologicamente tradurre un singolare con un singolare, semplicemente “La Storia“, magari intendendola proprio in senso storiografico, della Terra di Mezzo, visto che l’opera mi pare possa essere intesa come atta a ricostruire genesi e sviluppo di quello che lei chiama «il Silmarillion»?

Le faccio presente in tutta la mia modestia che forse avrebbe potuto trovare utile la convenzione della critica tolkieniana, «o la filologia tolkieniana» come giustamente lei la chiama, proprio «quella nata in ambito accademico» che plaude e che perciò sicuramente conosce, tra “Il Silmarillion” virgolettato, l’opera che Tolkien avrebbe voluto pubblicare e di cui non disponiamo, e Il Silmarillion corsivo, l’opera pubblicata dal figlio; ancora diverso potrebbe forse essere quello che si chiama legendarium, vale a dire l’intero corpus di scritti approntati dal Professore nel tentativo mai compiuto di dare una stesura definitiva a “Il Silmarillion”?

Non sono domande retoriche, mi dica lei se trova utili questi suggerimenti, così che possiamo venire a sapere se adottare gli strumenti consolidati dalla critica internazionale può tornare utile, oppure se dobbiamo considerare tutto il lavoro che facciamo da anni una perdita di tempo come quella di Christopher. Onestamente glielo chiedo perché dopo il suo articolo non ho una risposta su questo, non essendomi mai reso prima conto della vanità degli studi di Tolkien, ma forse anche degli studi letterari in genere, e magari dell’intera impresa culturale umana che si dibatte su un pianeta alla deriva senza una speranza per il futuro? Certo, di fronte al nichilismo completo dei valori stiamo a parlare di grassocci hobbit ed elfi dalle orecchie a punta, che serietà può esserci?

Ma ora mi sto sostituendo a lei e perciò mi rendo conto di dover fare un passo indietro. In ogni caso, se dovesse chiedere a me, direi che ciascuno può benissimo trovare un senso nella letteratura in generale come in Tolkien in particolare proprio nella crisi attuale, questa è la mia esperienza personale come anche di tanti altri. E in questo senso l’opera di Christopher è preziosissima non soltanto per gli studiosi e gli appassionati di Tolkien che vadano al di là del semplice fandom, ma anche per chi vuole studiare il processo genealogico di un’opera letteraria, ed è frutto di un immenso lavoro da parte del nostro che non solo si è interrogato fino alla nausea sulle versioni dei testi da pubblicare, ma ha prodotto un esteso apparato di note e commenti volto a chiarire ogni ambiguità nei limiti del possibile, far presenti le sue riflessioni e i suoi dubbi quanto presenti, e quindi arricchire il tutto di un suo contributo personale che liquidare con la formula del «cantiere infinito» come se si trattasse di un’operazione fine a sé stessa mi pare una soluzione un po’ dubbia. Dovendo dire la mia, anche Michelangelo fu soggetto a critiche, quando il suo cantiere era la Cappella Sistina. Lei criticherebbe allo stesso modo anche un Michelangelo, o il figlio di “Michelangelo”?

Mi pare già di udire i «che paragone», «quella non è arte», eccetera, ma a quel punto le chiedo come mai certa critica italiana ancora si sente in dovere di liquidare Tolkien anche quando lo paragona a Omero. Che quest’ultimo accostamento serva più a evocare un senso di distanza che di grandezza?
Eppure interi cicli di conferenze e collane di pubblicazioni dedicategli si tengono in università prestigiose come Oxford e Cambridge, o all’Università del Maryland, ma anche in Francia, in Svizzera, in Germania, in Finlandia… E qui da noi?
Qui ci dobbiamo accontentare di leggere su un quotidiano nazionale che Christopher avrebbe pubblicato «diverse bozze licenziate dal padre (che le aveva destinate però a diventare storie all’interno della cornice, quindi ben altra cosa)».

Mi viene un dubbio. Io quando ho preso in mano la History of Middle-earth, e non mi sono limitato a sfogliarla, le faccio presente, mi sono accorto che essa comprende i primi due volumi, intitolati The Book of Lost Tales e tradotti in italiano come Racconti ritrovati e Racconti perduti (traduzione che fa perdere di vista proprio il senso di unità di un’unica opera divisa in due volumi), che non costituiscono altro che il primo tentativo tolkieniano di raccontare l’intero corpus, incompleto ma la cui conclusione è ricostruita a grandi linee da Christopher e all’epoca scevro di quelle che poi saranno chiamate Seconda Era e Terza Era (le storie di Númenor, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli). Mi sono accorto anche che questo tentativo poi portò ai grandi lai di ispirazione germanica quanto cortese, questi sì storie operanti all’interno della cornice, come anche è vero per altre opere tolkieniane, ma si tratta di poemi abbandonati per lasciare il posto a Sketch of the Mythology, riassunto dell’intero ciclo ancora privo di Seconda e Terza Era; Quenta Noldorinwa, unica versione felicemente compiuta dell’intero ciclo ancora privo di Seconda e Terza Era; Quenta Silmarillion; Later Quenta Silmarillion; per non menzionare le tante versioni degli Annali, variamente di Aman, Grigi, ecc., ancora una volta incominciati con l’idea di essere resoconti annalistici completi.

D’altronde abbiamo un approccio completamente diverso io e lei, io per esempio non scriverei né «J. J. R. Tolkien» né «Lùthien» con l’accento grave, ma mi rendo conto che queste sono divergenze schiettamente filosofiche mentre in filologia prendere un singolare per un plurale avviene sicuramente ogni giorno così, a buon mercato. Anche qui però mi sorge un dubbio. Sono forse poco ferrato nella filologia odierna (odo sia in crisi, ahìnoi!), ma una volta sicuramente, ai tempi in cui proprio Tolkien era filologo, e forse potrebbe interessarle sapere che era membro della Società Dantesca di Oxford, visto che si occupa di italianistica, dicevo, ai tempi di Tolkien mi pare che i singolari fossero singolari e i plurali plurali. Posso sbagliare.

Ci sarebbe forse da chiedersi di cosa ha bisogno l’Italia per prendere sul serio un autore che definire serio è ancora poco, più adatto alla questione mi parrebbe il definirlo meticoloso? Potrebbero aprirsi le stesse prospettive di ricerca che da tempo si sono sviluppate su Omero, cui lei nondimeno lo paragona, o a Shakespeare? Potrebbe la stampa sincerarsi di tributargli il rispetto minimo che è dovuto a un autore, quello di verificare la accuratezza di quanto si va scrivendo? La ringrazio del suo tempo e della sua cortese attenzione.

Distinti saluti,

Giovanni Carmine Costabile

Fatti sentire anche tu! Scrivi a La Repubblica

Per tutte le ragioni sopra elencate da Giovanni che sono di immediata pertinenza (e altre di cui vi parleremo che richiedono un diverso livello d’approccio), v’invitiamo a inviare una mail a
– la redazione di Repubblicarubrica.lettere@repubblica.it ;
– il direttore Mario Calabresi: m.calabresi@repubblica.it ;

riportando il presente articolo, o copiando il testo della lettera, con un breve messaggio personale sui limiti di questo malcostume della stampa italiana nel trattare Tolkien e la sua opera. Un malcostume che certo non cesserà spontaneamente, ma che una discreta partecipazione degli appassionati può scoraggiare nel futuro. Per esempio, noi abbiamo scritto:

Alla cortese attenzione
del prof. Michele Mari e
del direttore Mario Calabresi,

Ci chiediamo come sia possibile che ogni qualvolta che J.R.R. Tolkien ritorna argomento di tendenza dobbiamo leggere improvvisate recensioni delle sue pubblicazioni, infarcite di inesattezze, congetture senza fondamento, accuse di speculazione, senza che mai si entri nel merito del valore artistico della sua opera. Ci chiediamo perché anche il Vostro giornale si senta autorizzato a pubblicare testi la cui approssimazione e mancata accuratezza sarebbero considerate sacrileghe se fossero replicate per altri Classici della Letteratura o del solo ‘900, mentre per Tolkien sembrano quasi un dovere controculturale, che non risparmia né i giornalisti di professione, né, a quanto pare, professionisti della critica letteraria che si sentono esentati anche dalla minima documentazione necessaria a riportare correttamente il titolo di un libro.

Confidando che susciti in Voi un’adeguata risposta, vi segnaliamo la nostra lettera aperta a firma di Giovanni Carmine Costabile, tra i pochi autori italiani ad aver pubblicato articoli su Tolkien sulle principali riviste internazionali:

[testo della lettera/link all’articolo]

lo staff di Tolkien Italia.

V’invitiamo anche a pubblicare l’articolo sull’account twitter del direttore Calabresi, includendo anche @GiuntiEditore tra i destinatari, chissà che non scelgano con più accortezza a chi inviare le copie in anteprima stampa per le recensioni.

Ci auguriamo che rispondiate al nostro invito nell’assoluto rispetto delle persone coinvolte, sia il prof. Mari, sia il direttore Calabresi, sia i responsabili presso Giunti Editori.

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