di Gabriele Marconi

Beren e Lúthien è arrivato in Italia con una tempesta a precederlo, non tanto perché nel nostro paese – incredibile a dirsi – la nuova gestione di Giunti Editore ha portato la traduzione italiana in libreria contemporaneamente alle edizioni Inglese ed Americana. Cosa nient’affatto scontata, considerato che siamo in anticipo di più d’una settimana sulla Germania, di 2 mesi sulla Francia e che gli Spagnoli ancora non hanno una data definitiva. No, non è stato il contagioso fervore globale della vigilia che ha incendiato i Tolkieniani d’Italia, ma un articolo a firma del prof. Michele Mari della Statale di Milano, noto ed apprezzato autore Einaudi e stimato italianista, che su La Repubblica del 29 Gennaio ha “recensito” il libro in anteprima. Il pezzo, intitolato «Quella saga ormai divenuta cantiere infinito» si delinea come una valutazione della curatela di Christopher Tolkien, per gran parte una retrospettiva, che lungi dal discutere le scelte del curatore nel particolare (storico o attuale), premette uno schema generale di curatela postuma desunto da altri autori e vuole leggere l’operato di Christopher sotto la medesima lente. Vale la pena di riprendere l’incipit per intero:

«La filologia, si dice, è un atto d’amore: tuttavia troppo amore non fa bene alla filologia. Come sanno gli italianisti, il caso filologico più spinoso della nostra letteratura è quello delle “Grazie” foscoliane, tormentatissimo rebus che l’autore non seppe sciogliere in venticinque anni, e che premurosi discepoli cercarono di sciogliere per lui, col risultato di rendere sì leggibile il poema, ma a costo di tante e tali contaminazioni, potature, suture ed aggiunte da richiedere poi, per oltre un secolo, una controfilologia tutta giocata in negativo.

Ma se anche dal più devoto dei discepoli ci si aspetta un minimo di soggezione, come pretenderla da certi consanguinei? Voglio dire che, a parità di devozione, il consanguineo si sentirà autorizzato dallo stesso sangue agli interventi più spregiudicati, tanto più autoritari quanto meno autoriali. Insomma, non c’è bisogno di pensare alle terribili sorelle di Nietzsche o di Pascoli per provare dei brividi di fronte all’imponente pubblicazione di “opere” paterne condotta negli ultimi quarant’anni da Cristopher Tolkien.»

Ci si aspetterebbe che dopo un incipit così perentorio, l’autore si dia pena di dar prova di come anche l’operato di Christopher rientri nello schema, o dall’altra parte (ma non è evidentemente opinione del succitato) di ribaltarlo. Questo non accade. La premessa rimane un suggerimento parallelo che il lettore si trascina fino all’ultimo rigo.

A Mari hanno risposto nell’ordine Giovanni Costabile sulle nostre pagine il giorno dopo attraverso una lettera aperta, Marco Respinti su Libero del 31 (qui una versione estesa) e oggi il pres. di Associazione Italiana di Studi Tolkieniani Roberto Arduini sull’Unità (qui). Tutti e tre i contributi provengono da voci autorevoli dello panorama tolkieniano italiano: il primo è senza dubbio uno dei giovani studiosi di Tolkien più promettenti della scena non solo italiana, ma internazionale (una promessa già in mantenimento, pubblicazioni alla mano), il secondo è decano della critica sull’autore nel nostro paese, nonché curatore di edizioni italiane, del terzo par quasi superfluo elencare il curriculum, visto che per merito suo e dell’associazione che presiede gli studi accademici su Tolkien hanno preso cittadinanza anche da noi. Tutti e tre, dunque, candidati di quell’«ambito accademico» che Mari pone come terreno naturale della discussione sull’opera di Tolkien, cosa con la quale è difficile essere in disaccordo. Parrà allora forse superfluo un quarto contributo in difesa di Christopher Tolkien, specie se da parte del sottoscritto, che di elencare titoli analoghi a quelli di chi lo precede proprio non è in grado; e perciò di senso delle proporzioni.

E il testo?

Non voglio in nessun modo mettere in discussione il profilo di un italianista quale il prof. Mari, che in quanto autore ha anche un ruolo consolidato e meritato nel panorama italiano, specialmente nella letteratura fantastica e fantascientifica. Ma non si non può registrare il dato che, probabilmente, il libro recensito non sia stato nemmeno letto, se non nella Prefazione. Gran parte dei commenti espressi su Beren e Lúthien potevano tranquillamente essere fatti a scatola chiusa, infatti altri hanno fatto questi rilievi mesi fa nel mondo; anzi, si potevano prendere pari pari da recensioni su altri libri recenti o meno di Tolkien, cambiando giusto qualche titolo. Ma sono rilievi del tutto infondati.

Anzitutto, come han fatto notare sia Costabile che Respinti prima di me, che un traduttore dell’esperienza di Mari (che ha all’attivo traduzioni di Stevenson, London, Wells, Steinbeck perfino) faccia un errore grossolano come quello della resa di «History» in «Storie» non si spiega se non con due possibilità: o la conoscenza dell’oggetto-autore specifico è così marginale da giustificare una resa a braccio, intuitiva e senza previa documentazione, oppure è una scelta studiata e in questo caso orientata ad una tesi preconcetta. Francamente non so quale atteggiamento sia più deleterio in termini culturali, prima che di onestà intellettuale. 

Stupisce in secondo luogo che un docente quale Mari non abbia nulla da dire sul testo (o sui testi), nemmeno una parola. Laddove quasi metà della carta stampata per Beren e Lúthien è occupata da estratti di un poema narrativo in ottonari accoppiati secondo l’uso della romance medievale più antica, un lai, si tratta probabilmente della forma poetica adottata da Tolkien che più si avvicina alle letterature romanze, lui grande culture del metro allitterativo anglosassone e della sua resa nelle lingue moderne. Il Lay di Leithian, suddiviso in 14 Canti [in Italiano] per più di 4000 versi solo nella sua prima versione, per la prima volta approda parzialmente in traduzione italiana: possibile che ciò non sembri rilevante a Mari? Parlando di filologia, il recupero di una forma poetica antica che tanto fortuna ha conosciuto in tutt’Europa dalla Bretagna, non si ritaglia nessun ruolo? Sul piano documentale si potrebbe anche chiedere come possa una persona che lascia intendere di conoscere l’esistenza di The History of Middle-Earth, tralasciare un testo che occupa uno spazio così grande all’interno di uno dei volumi.

La filologia contro Christopher
I filologi insieme a lui

Tuttavia, visto che la recensione ignora il testo per dedicarsi alla sola curatela, a mio avviso il più grave errore di fondo è proprio la strumentale presentazione di un approccio filologico al testo paterno in contrapposizione all’operato del figlio, quando Christopher Tolkien è, a detta di chiunque l’abbia conosciuto, forse l’unico filologo della sua generazione che possa avvicinare il padre. Tale considerazione è di pubblico dominio, è condivisa dalle più alte cariche di quell’accademia filologica che Mari avoca a sé (almeno sul lato inglese), quello di competenza dei Tolkien, di entrambi i Tolkien. Nomi quali Paul Bibire, prima alla Sant’Andrews University poi a Cambridge, di Andy Orchard, che occupa la cattedra che fu di Tolkien ad Oxford; ed ovviamente di Tom Shippey che occupò la cattedra che fu di Tolkien a Leeds, autore di una della Companion degli studi sul Beowulf più importanti in assoluto e pioniere degli studi su Tolkien (ma questo ovviamente Mari lo sa). La lista è lunga. Insomma, quale sarebbe questa fantomatica filologia che Mari dice di avere a cuore e che Christopher Tolkien starebbe tradendo disonorando l’opera paterna, se quella, per usare le sue parole «filologia tolkieniana … nata in ambito accademico contro [?] la religione del fandom. Da quando ci si è accorti dell’ingombro filiale» per Christopher Tolkien si manifesta solo gratitudine e riverenza? Mai «ingombro filiale» fu più felice, mai opera di curatela postuma tanto duratura, incessante ed apprezzata.

Come si diceva, Mari invece crede di poter applicare gli schemi storici senza entrare nel merito dell’unicum che è stato ed è Christopher Tolkien. Nella sua risposta, Arduini è estremamente eloquente sui meriti da riconoscere a Christopher sia durante che dopo la pubblicazione di The History of Middle-Earth ed oltre a descrivere nel dettaglio «la ricerca sull’evoluzione della mitologia» del padre che il figlio ha continuato a perseguire e, forte di una cronaca ed un’analisi ancorata ai testi, ribalta completamente alcune implicazioni di Mari, tra cui la più lampante è senza dubbio la seguente:

«In queste Storie della Terra di Mezzo [sic!], come impropriamente viene designata la serie [nient’affatto, sic!], si leggono spunti nuovi, versioni alternative, materiali preparatori, paratesti di commento, insomma quel che si dice un cantiere, senza però che Christopher abbia saputo resistere alla tentazione di dare qua e là forma narrativa e compiuta».

Qui Mari è costretto a estrapolare un particolare e privarlo di ogni contesto, perché se pure che The History of Middle-Earth contiene, come dice Arduini «brani letterari che riassumono, condensano e raccordano i diversi racconti contenuti nell’opera» questi non sono mai invenzioni, nemmeno in minima parte ma, appunto, sopperiscono sinteticamente a testi che altrimenti non avrebbero trovato inquadramento nei vari volumi e sono sempre presentati come sintesi del curatore. Mari vorrebbe forse lasciar intendere che, sostanzialmente da Il Silmarillion (che di quella critica potrebbe risentire) a The History of Middle-Earth, sia cambiata solo la forma. Dice bene Arduini, è qui che Mari manca di considerare la reale evoluzione della vicenda personale e professionale di Christopher Tolkien come curatore (a partire dall’aver ammesso i propri errori con Il Silmarillion) ma forse è proprio qui che il prof. della Statale tradisce la poca familiarità con questa storia e le opere che vi appartengono. La parte più rivelatoria la mette in un inciso tra parentesi, come a lasciarlo scivolare nell’assodato, come si aspettasse dal lettore l’immediata percezione dell’oggetto di cui sta parlando (o il credito per autorità), per poi sfiorare, se non gettarsi del tutto, nel diffamatorio:

«(il sospetto, anzi, è che vi abbia travasato gran parte di quella Storia del Silmarillion lunga circa 2.000 pagine che invano cercò di pubblicare a proprio nome)».

Christopher Tolkien avrebbe cercato di pubblicare manoscritti paterni a «proprio nome»? Qui Arduini fa, temo, una concessione di troppo. Non è convincente che Mari intendesse diversamente quel «a proprio nome» dall’idea che Christopher abbia tentato di arrogare a sé ciò che era opera del padre, visto che ha appena tracciato una differenza tra quello che sta prima (The History of Middle-Earth) e dopo (The History of Silmarillion) le parentesi.

Il problema con The History of Silmarillion è che è stata autodenunciata per la prima volta in assoluto nella Prefazione a Beren e Lúthien, per cui i lettori non hanno nessuna idea di che cosa sia, Mari non può aspettarsi diversamente. Prima d’oggi fatto che esistesse un precursore di The History of Middle-Earth (e che fosse per molti versi differente dal suo successore) era trapelato solo un’intervista al Guardian del 2009, approfondito in una corrispondenza privata nota a davvero pochi anche tra gli specialisti – io stesso in una discussione con alcuni dei più affermati studiosi italiani ravvisai che dell’esistenza di questo progetto si era a conoscenza in due (l’altro è proprio l’autore che ho citato in risposta negli ultimi paragrafi) – e accennato, senza che però fosse chiaro, in una testimonianza dell’editore storico di Tolkien, Rayner Unwin. L’oggetto è perciò quanto mai sconosciuto, altro che liquidabile con un inciso! In nessun caso mai è stato detto che Christopher volesse far passare il testo del padre come proprio; anzi, proprio nella lettera del 1981 che Christopher cita della Prefazione disse che il progetto di The History of Silmarillion rispondeva all’esigenza di «sincerar[si] che qualsiasi successiva ricerca della ‘storia letteraria’ di JRRT non precipiti nell’assurdo, male interpretando il corso della sua evoluzione». Così Christopher dice di ritornare a quell’intento originario anche con Beren e Lúthien. Dunque no, non è vero che Christopher l’abbia «cercato di pubblicare a proprio nome».

La domanda ritorna e si estende: Mari ha letto ciò che ha recensito o si è limitato a sfogliare il libro e trarne qualche spunto?
E ancora, per negligenza o deliberatamente?

Il risultato è l’ennesimo pezzo tendenzioso che nasconde il testo per inventare un contesto e farne un pretesto.

Ci vuole quell’atto d’amore

Non è facile contestare un grande giornale per aver scelto di affidarsi ad un professionista di tale curriculum, per quanto altri suoi pari di cattedra avessero, in campo tolkienista, una preparazione più documentata: penso a Fulvio Ferrari e Maria Elena Ruggerini per la Filologia Germanica, rispettivamente professori a UniTrento e UniCagliari, o a Carlo Maria Bajetta dell’Università della Val D’Aosta ed Enrico Reggiani della Cattolica di Milano, entrambi in Letteratura Inglese. Nel quadro generale sembra di capire che, purtroppo, a meno di una formazione anglistica e germanistica, la reazione culturale a Tolkien&son sia tutt’ora una preoccupazione della cultura che ancora si presenta come anti-reazionaria nell’accademia umanistica italiana, tutt’ora prevalente. È forse solo diventato più difficile arginare le “opere maggiori”, se questa distinzione ha senso di esistere.
C’è però da farsi un’altra domanda, secondo me. Com’è che dalle opere di J.R.R. Tolkien che Christopher ha curato molti giovani, fandom a parte, sono a tal punto affascinati da intraprendere i corsi di studio ad indirizzo filologico (o di linguistica storico-diacronica per dirla con il ridimensionamento post-moderno), mentre i nostri studenti di Lettere procrastinano all’infinito gli esami di Filologia Romanza, fino a subirlo come uno scoglio insormontabile? Sono certo che la seconda è una realtà che il prof. Mari conosce bene, sulla prima si troverà prontamente documentazione, qualora si volesse cercarla (cosa sulla quale a questo punto non c’è da scommettere). Non è che per noi italiani e italianisti, ultraclassicisti o post-modernisti, la filologia è più che altro un termine desueto in cui facciamo rientrare un preconcetto di autenticità, tirandolo in ballo quando più ci fa comodo per riempire le battute di un articolo nell’inserto culturale e, in caso contrario, lo consideriamo un… ingombro? Se è così, pretendere di difendere un filologo come Tolkien, John Ronald o Christopher fa lo stesso, è un po’ velleitario: proprio perché è lo stesso.

Mari esordiva asserendo che «la filologia, si dice, è un atto d’amore: tuttavia troppo amore non fa bene alla filologia». Ammesso (e sì, concediamolo pure) che ciò sia vero senza riserve per Foscolo, Pascoli e Nietzsche, sfortunatamente per lo schema di Mari, però, la famiglia Tolkien testimonia l’esatto contrario. Perché se c’è stato qualcosa che ha saputo magnificare un amore che, si dice, non ha eguali, quello di un padre per un figlio, è stata propria la filologia che padre e figlio hanno condiviso e condividono oggi. Se è poi vero, com’è vero, che nella filologia Christopher Tolkien è stato riconosciuto figlio di suo padre e se è vero, com’è vero, che proprio la filologia che il figlio ha ereditato e coltivato dal padre gli ha permesso di tornare a lui, alla sua opera. Di restituirla a tutti noi in quel quadro che Respinti ha addirittura chiamato «κατέχον» in una provocazione paolina che sembra andare perfino oltre il paradossale ma che forse è davvero tale, perché si dimostra protettiva, educativa e, ce lo conceda, paterna, anche per lettori che John Ronald e Christopher Tolkien non li hanno mai conosciuti.

Il mio consiglio, prof. Mari – non richiesto, lo so bene – è allora di guardarlo questo quadro a 4 mani, lei così fisso alla cornice, vi scoprirà un solo pittore sopraffino, ma anche un restauratore non meno abile. Se il paragone di Costabile con la Sistina non le piace, chiamerò in causa io un vero «cantiere infinito» che lei conoscerà meglio di me: quello del Duomo di Milano, che è così bello perché perennemente incompiuto e perennemente curato e restaurato dai figli di Milano. Guardi, cioè legga davvero. Potrebbe perfino capitarle di scoprire un padre. O due.

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